Hammamet

Hammamet ★★

"I danari per la politica sono come le armi per la guerra, mi spiace deludere qualcuno ma... la democrazia ha un costo".

"Hammamet" di Gianni Amelio non è solamente lo spreco ignobile di un attore immenso - Pierfrancesco Favino - ma pure un caso studio sulle ragioni per cui il cinema italiano s'è imbucato in una spirale viziosa i cui pochi, isolati tentativi di riportarlo a galla sono gocce d'acqua nell'inferno. Casi virtuosi come "Sulla mia pelle" o "Il giovane favoloso", financo "La grande bellezza", sono opere dal molto buono al mediocre che però vanificano i tentativi di riaccreditare l'Italia come uno dei grandi paesi di cinema mondiale. Il baricentro si è spostato altrove e non c'è interesse a cambiarne gli equilibri. Eppure basterebbe così poco. Cos'è andato storto?

Cominciamo dalla sceneggiatura. Un lavoro confuso, instabile, insufficiente. Ancora: infastidisce, ormai si può dirlo, visto che gran parte delle produzioni italiane manifesta sempre questo enorme difetto; dicevo: infastidisce che si pensi, o si ritenga di pensare, di essere talmente degli eccentrici, degli artisti capricciosi verso la forma e verso le regole, che non solo si gode della presunzione di conoscere come una sceneggiatura debba essere scritta, ma pure che ci si possa permettere di superare qualsiasi metodo, qualsiasi costruzione, ponendo assieme un'accozzaglia di pensieri uniti con lo scotch all'interno di una narrazione scomposta, inconcludente nel suo profluvio di finali imbarazzanti, così piatta da risultare un atto criminale. Ancor più perché i dialoghi in Italia non li si sa scrivere, e i pochi momenti di qualche frase intelligente sono tali perché dietro c'è stato un (grande) cervello in grado di averli messi in moto—quello di Craxi. Tanto è vero che, laddove emerge il Craxi politico, sofisticato, si ha sempre la sensazione che ogni contenuto intellettuale sia un'aggiunta fuori contesto, innaturale, a tutta la poltiglia rimanente. Quasi che il Presidente resti tuttora un personaggio ingombrante anche per chi debba costruirci una storia. Quasi che gli autori non abbiano conosciuto a fondo la figura di chi volevano tratteggiare e che, invece, abbiano appeso il protagonista alla classica dinamica del "colpevole-non colpevole: non importa, perché anche lui è un uomo". Cioè, hanno creato un film su Craxi ma che si sarebbe potuto benissimo chiamare "Sant'Elena" o "Santa Marta".

Oltretutto, c'è da notare un aspetto piuttosto curioso: gli sceneggiatori nostrani sono bravissimi quando si tratta di avere visione per curare le introduzioni ai film—non chiamamoli setting iniziali, neanche prime parti del primo atto, no: sono piccole pillole di pensiero, storie brevi ed efficaci dal messaggio diretto ed evidente. Che potrebbero benissimo non esistere, o essere del materiale utile per la drammaturgia. Siamo dei campioni in questo. Del pensiero breve, dell'idea fulminea che colpisce (e l'introduzione in questo film è piuttosto buona, con un'ottima scenografia e una buona coincidenza di messaggi, non da ultimo la rosa rossa a terra). Però poi non sappiamo costruire altro al di là di questo primo momento, sterili e supponenti quali siamo.

C'è, poi, come si accennava già, la mancanza di profondità dell'Eroe, riflesso della mancanza di profondità di qualsiasi personaggio che gli ronza attorno, superficiale mascherina (di pesante trucco) con in bocca parole estranee ma che volano se pronunciate dal Nostro. È un film vigliacco perché non prende posizione ma non è nemmeno neutrale, non vuole essere nulla e se potesse sparire come i denari dietro alle tangenti citate da "il politico" (un adeguato Renato Carpentieri), non ci penserebbe due volte a farlo. Perché è un film che semplicemente galleggia sul nulla, dice il noto, e quando vuol mettere in scena l'ignoto lo fa approfondendo il silenzio, e distorcendolo, anziché relegandolo ad una riflessione dello spettatore. Non sfuggirà, poi, al più attento, la soluzione pirandelliana della "corda pazza" con il personaggio di Fausto, soluzione che non merita ulteriore commento poiché fallimentare.

Fausto, sì. Quel personaggio mal scritto (anzi, è stato scritto?), quasi co-protagonista con un ruolo di simil-two-hander, interpretato da un uomo che si spaccia per attore e che andrebbe bene come tappeto in una qualche fiction destinata all'infamia e al dimenticatoio, talmente pessimo che è un vero sollievo quando scompare immediatamente dopo il midpoint. È nella seconda parte, per una ventina di minuti, che il film riprende respiro, si sbarazza del monotòno Filippi e comincia a costruire qualcosa che naufraga sul personaggio della Gerini, si riprende con il monologo finale e torna a perdersi irreparabilmente con la parentesi allegorica sorrentiniana che pare che in Italia siamo tutti sognatori, tutti felliniani, tutti fumosi.

Al fondo, la nota più amara di tutte: la delusione disperata di chi scrive per un film che avrebbe potuto tratteggiare con senso e spessore un protagonista controverso della Prima Repubblica e invece si limita a macchiette e a stereotipi, ai soliti errori di produzione italiana e agli attori che circondano Favino dall'inadeguato all'imbarazzante. Di questo film non si sa invero che cosa farsene. Così, il cinema italiano non tornerà mai ad essere grande.

Francesco liked these reviews