Phantom Thread ★★★★★

Da dove comincio? Voglio rivederlo. Di Phantom Thread avevo sentito così tanto parlare preventivamente che sono arrivata in sala aspettandomi il peggio (ovvero tutto fumo e niente arrosto, perché diciamocelo, quanto può essere brutto il "peggio" quando si parla di quel match made in heaven che sono Paul Thomas Anderson e Daniel Day Lewis? Essù.)
Adesso invece sono qui, a una settimana di distanza, che cerco ancora di trovare le parole. Phantom Thread è, oltre che di una bellezza formale allucinante, anche una storia gotica che attinge a piene mani dalla tradizione letteraria più classica. Ma se Reynolds Woodcock è un moderno Mr. Rochester, e la figura onnipresente e autoritaria della sorella non può che richiamare (apertamente) il ruolo della governante di Manderley di hitchcockiana memoria, la presenza di Alma sbaraglia le carte in tavola e rivoluziona e reinventa le regole del genere: fra un gioco di seduzioni e una sequenza onirica, tra le pieghe delicate di un tessuto in cui il rigore ossessivo si scontra eternamente con l'anarchia dei sentimenti (in una lotta quasi imposto a favore del primo), a fare da filo conduttore è un'ironia acuta, sottolineata con insistenza da un uso diabolico degli effetti sonori e da dialoghi geniali: gli scambi pungenti fra fratello e sorella, i monosillabi di Alma che contengono universi interi, fino ad arrivare a quella battuta conclusiva che per me è già finita dritta nell'olimpo dei finali prefetti, dove non a caso si trova in buona compagnia insieme agli ultimi instanti di There Will Be Blood: "I'm finished."