Parasite ★★★★½

Che il cinema coreano stia in questi anni producendo dei film strepitosi è sotto gli occhi di tutti, negli ultimi 20 anni la Corea del Sud è stato forse il paese più prolifico ed interessante come materiale cinematografico di grande spessore.
Bong Joon-ho è senz'altro uno dei maggiori registi di questa nuova ondata cinematografica e con Parasite firma senza dubbio il suo capolavoro, al pari del già splendido Memories of Murder.

Difficile categorizzare un film come Parasite: il regista passa agilmente tra commedia, black humor, drammatico e thriller; tutto è amalgamato in modo perfetto.

Una feroce lotta di classe prende forma sotto i nostri occhi: non c'è buono o cattivo, non c'è ragione o torto.
C'è solamente la volontà di sopravvivere con ogni mezzo possibile ad un mondo che non si fa problemi a lasciarti indietro.
Una sopravvivenza che va perpetuata nel tempo, giorno dopo giorno, sempre con rinnovata forza, senza nessun tipo di previsione, perchè i piani (come dice lo strepitoso Song Kang-ho nel film) sono destinati a fallire.
È quindi una visione molto pessimistica quella di Bong joon-ho, mette in mostra un mondo in cui nessuno può permettersi di sognare e programmare un futuro poiché la società in cui viviamo non ci dona la sicurezza ma solamente la certezza che tutto quello che facciamo sarà spazzato via in qualche modo.

Viene da chiedersi chi siano i parassiti che danno nome al film.
Ad un primo livello interpretativo, cioè la storia o finzione cinematografica, potrebbero essere i Kim che attraverso l'ingegno, la truffa, l'inganno si insediano nella residenza dei Park: quindi forse i parassiti sono le classi povere, che tentano con ogni mezzo e senza morale di sopraffare chi gli capiti sotto mano, sognando di prendere il posto di chi sta sopra di loro.
Oppure i parassiti sono le classi più agevolate che vivono sulle spalle di quelle più povere, sfruttandole quanto più possibile, dimostrando in più disgusto verso di loro: ne esempio appunto la famiglia Park, che non si fa problemi a scaricare senza riguardo i precedenti inservienti alla prima diceria, senza nemmeno informarsi della veridicità di quelle affermazioni, dimostrando il tipico atteggiamento di superiorità che le classi agiate attuano verso quelle meno abbienti.
O forse i veri parassiti sono le poche persone che governano la Corea, politicamente ed economicamente, coloro che hanno davvero il potere di cambiare le cose ma che non hanno il minimo interesse a farlo.
Forse sono proprio loro i veri parassiti, mai accennati nel film, ma ritrovabili in alcuni spunti che ci lancia Bong Joon-ho.
D'altronde i parassiti sono estremamente piccoli a conforto del sistema da cui assorbono per sopravvivere, come appunto una classe politica incompetente e dei ricchi magnati fanno su un paese sempre più diviso e in lotta per la sopravvivenza.
La lotta di classe si fa quindi sempre più aspra, la distinzione sociale sempre più spaccata, ma i Park e i Kim sono due facce della stessa medaglia: poveri e abbienti in lotta tra loro, incapaci di unirsi e vedere oltre al vero problema.
Una lotta futile, creata ad hoc che non porta a nulla, questo vuole raccontarci Parasite.
C'è quindi una evoluzione nella poetica di Bong Joon-ho, che già aveva trattato temi sociali e lotta di classe nei suoi film precedenti (Snowpiercer su tutti), ma con Parasite trova nuova linfa: se infatti nei film precedenti la dicotomia povero/ricco era di parte, con evidente supporto alla rivoluzione da parte delle classi sociali più debili, qui c'è un superamento, come già detto, di una netta divisione tra bene e male.
È quindi un film che tra il bianco e il nero preferito il grigio, una linea di pensiero sicuramente più matura che testimonia le ipocrisie di entrambi i poli, mettendoli sullo stesso fallace piano.

Palese è l'influenza di "The Housemaid/Hanyo" (1960) di Kim Ki-young, film amato e fatto riscoprire proprio da Bong Joon-ho.
Da qui vengono ripresi molti elementi di Parasite:
-La home invasion da parte di un ceto povero all'abitazione di una famiglia borghese e il progressivo ottenimento di potere ai danni di essa.
-La casa come luogo dello svolgimento della narrazione, che diventa spazio cinematografico diegetico e in simbiosi con i personaggi che gli si muovono all'interno. Essa diventa un personaggio a tutti gli effetti, si scopre sempre più nel film al pari dei cambiamenti e dell'evoluzione dei personaggi umani.
-La figura della scala, importante e spesso inquadrata nei due film: simbolo appunto di scalata sociale, di differenza tra i ceti, di separazione. Come la casa stessa anche la scala avrà un ruolo fondamentale.
Ritroviamo quindi in Parasite un grande omaggio a un classico del cinema coreano come "The Housemaid", da cui si prende e si modifica, con cui si condivide varie tematiche, per arrivare ad una realizzazione estremamente personale ed attuale frutto della poetica di Bong.

In ultimo luogo è interessante il discorso secondario che il film fa sulla tecnologia: il telefono un elemento che ricorre nel film e spesso è un macguffin che fa avanzare la storia.
C'è quindi una riflessione sul crescente utilizzo di questo dispositivo nelle nostre vite, sulla realtà filtrata che esso produce e che spesso diventa l'unica a cui credere, sulla connettività che offre e sulla pericolosità intrinseca ad essa (esempio ne è il ricatto da parte della vecchia domestica e di suo marito alla famiglia Kim)

Film attualissimo, che riesce a descrivere perfettamente la condizione sociale non solo della Corea ma di tanti altri paesi al mondo, tutti nella medesima situazione di difficoltà economica e di accentuata rassegnazione.
(Lo stesso Bong Joon-ho afferma in una intervista che viviamo tutti nella stesso paese: Il capitalismo.)

Ma la forte critica sociale non prende mai il sopravvento sull'intrattenimento che offre il film come quest'ultimo non sovrasta mai l'importanza di dare un messaggio forte e chiaro.
La tecnica di Bong Joon-ho è strepitosa: la sua regia è perfetta, estremamente funzionale alla narrazione, non esagera mai ma segue con rigore assoluto ogni scena del film, regalando solo ogni tanto, con il giusto bilanciamento, delle sequenze meno quadrate (che dominano gran parte della pellicola) in cui traspare tutta l'abilità tecnica del regista.
Magnifico in questo senso il lavoro sull'apparato visivo e di fotografia che regna per tutto il film, differenziando per clima e colore gli ambienti: i luoghi dove i personaggi si sentiranno a loro agio saranno rappresentati in modo molto differente da quelli dove invece vivono la loro vita canonica o dove saranno costretti a rifugiarsi.
Per esempio la villa dei Park in molte scene sembrerà, grazie ad un attento uso di colori, luci e atmosfera, regalare calore ai personaggi.
Nonostante la durata di 2:15 ore il film non pesa mai, anche grazie ad un montaggio certosino che detta un ritmo perfetto, scorre senza un intoppo e alla fine nemmeno ti accorgi che sia passato così velocemente.

Menzione d'onore a "In ginocchio da te" di Gianni Morandi durante una delle scene più divertenti di tutto il film.
Orgoglio italiano in uno dei film più interessanti e riusciti degli ultimi anni, ennesimo esempio della qualitativa floridità del cinema coreano.

Seconda visione al cinema

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