Branded to Kill

Suzuki decostruisce e deforma tutto quello che gli capita sotto mano in questa storia di malavita, cecchini e amori fatali.

Tanto per cominciare fa saltare le coordinate spaziali, introducendo ambienti sconosciuti nel mezzo dell'azione e non fornendo nessuna informazione al riguardo. Di conseguenza, accadono cose che sulle prime è difficile collocare. In secondo luogo si disfa delle coordinate temporali, proponendo situazioni di simultaneità impossibile o balzando in avanti nel tempo ancor prima che il segmento in corso possa dirsi concluso. Per non farsi mancare niente introduce un possibile elemento allucinatorio (le farfalle sono state rimosse o non ci sono mai state se non nella mente di Hanada, intossicato da una bellezza mortifera?).

In questa cornice più che traballante si inserisce la decostruzione del particolare: la femme fatale è sdoppiata in due figure femminili (quella amata e quella che tradisce), il protagonista invece di essere composto, glaciale e sempre in controllo è un maniaco del sesso col feticcio del riso bollito (giuro) e viene spesso ridotto al ridicolo (nel mezzo di un'imboscata rimane fradicio, in mutande e aggrappato al retro di un'automobile), l'incontro finale col suo nemico assume i contorni dell'assurdo e del grottesco (senza troppi spoiler, mi riferisco alla parte in cui sono in casa insieme). 

Di tutto questo, però, non è mai permesso ridere. Sono situazioni paradossali che sfidano la nostra comprensione e a monte la logica comune, ma non vengono mai risolte in chiave comica o parodistica. Non mi sembra di aver scorto intenti dissacratori, piuttosto la curiosità di piegare le convenzioni, i generi, i modi della narrazione per vedere fino a dovere si possano flettere senza rompersi.

Ho letto che uscito il film la casa di produzione lo definì incomprensibile e licenziò in tronco Suzuki. Peccato. Il suo film è senza dubbio un continuo dilemma e non si presenta risolto ai nostri occhi, ma in questo e non nel soggetto (onestamente un po' banale) si trovano i punti di forza e i motivi per guardarlo. Il commento su Branded to kill più votato qui sostiene che allo spettatore convenga mettersi in modalità di fruizione passiva: lasciando in secondo piano la necessità di capire, si dovrebbe guardare e lasciarsi stupire dalla sequela di assurdità. Io credo invece che la modalità da adottare sia attiva, proattiva e reattiva: da abbandonare non è la necessità di capire (quasi a sottintendere che in fondo non c'è nulla da capire) ma l'aspettativa che il film si preoccupi che capiamo e ci tenga per mano durante la visione. La modalità passiva, mi vien da dire, è quella a cui ci ha assuefatti una vita di film che ti spiegano tutto fino all'ultimo dettaglio: guardane un po', abituati a stare ben accomodato e ben presto rimarrai pieno di dubbi persino alla fine di una pellicola sillabata e didascalica come Nocturnal animals.

Non so onestamente esprimere un giudizio finale, perché non ho compreso tutto alla prima visione e vorrei rivederlo, nondimeno ne posso già ammirare l'audacia. Gli anni Sessanta sono con ogni probabilità la decade più interessante della storia del cinema.