Dick Johnson Is Dead

Per tutto il film Johnson immagina e mette in scena possibili morti per suo padre, che ha 86 anni e una diagnosi l'ha già ricevuta. Finti incidenti domestici, finti incidenti per strada, finti malori e anche finti tableau di un paradiso fantastico sono preparati con cura e divertimento mentre tra l'uno e l'altro, nel tempo che passa, la demenza senile sbriciola Dick piano piano, gli fa perdere pezzi di memoria, rende il suo sguardo assente e distante.

Non è facile assistere al deperimento di Dick, spiritoso al punto da acconsentire ad allontanare la morte continuando a evocarla e filmarla, generoso al punto di concedere la sua fragilità di malato (ma anche un mucchio di ricordi) alla cinepresa della figlia — cinepresa sempre rispettosa, mai violenta, che giunge a guardare un Dick un po' confuso e smemorato ma si ferma prima delle fasi peggiori della malattia. Ma è anche possibile trovare sollievo nella serenità con cui padre e figlia affrontano la consapevolezza di una morte ormai vicina, e forse riconsiderare l'opportunità di negare, non pensandoci mai e comportandoci di conseguenza, il fatto molto semplice che la vita di chi amiamo potrebbe finire fra dieci anni, fra un mese, ma anche domani.

La fortuna di Johnson è stata quella di potersi preparare con buon anticipo alla scomparsa di suo padre; la sua eccezionalità — l'eccezionalità del documentario — risiede nel farlo senza silenzi, senza allegrie forzate, senza fingere che il tempo sia infinito, senza farlo sentire solo e allo stesso tempo senza cupezza o disperazione. Fintanto che Dick è (stato?) vivo, ogni minuto trascorso con lui non è (stato?) un minuto in meno ma un minuto in più. È un buon esempio, un insegnamento utile a evitarsi parecchi rimpianti.

gloriab liked this review