The Lion King ★★★★

[...] In questo caso l’aderenza alla sceneggiatura è voluta e cercata e è il vincolo cardinale della sperimentazione di Favreau. La sequenza delle azioni è praticamente identica a quella del film del 1994 ma di fatto permette alterazioni potenzialmente sconvolgenti: le scene possono essere accorciate (ad esempio il numero musicale “Sarò re”/”Be Prepared”) o, più spesso, allungate (la progressione di casualità che porta lo sciamano Rafiki a scoprire che l’Erede è sopravvissuto); si può trovare un margine di improvvisazione (ad esempio per una serie di riferimenti metatestuali al fatto che questo è un remake, o a altre opere Disney); si può riarrangiare la colonna sonora (Hans Zimmer si è superato!); si può variare il campo dell’inquadratura (i dettagli stretti sul volto di Rafiki); si può rappresentare la sequenza con tecniche nuove, che è l’aspetto più evidente e più frainteso. Favreau era riuscito già con il remake di “Il libro della giungla” (2016) a piegare due strumenti, l’estetica della computer graphic iper-realistica e quella dei documentari naturalistici, a una affabulazione e una messa in scena teatrale che trascendono le potenzialità di quegli strumenti: è iper-realistico, sì, ma non è da quell’aspetto che passa l’essenziale; sembra un documentario, sì, eppure è mito.

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