Darkest Hour ★★½

"Sembra quasi che non ci sia alcuna guerra" dice, durante le battute iniziali, l'autista a Winston Churchill. Ed effettivamente, per larghi tratti, l'impressione è questa: che questo claustrofobico, didascalico, verboso, classico film da camera non abbia molto a che vedere con la guerra. Che nonostante le urla e le vene che si gonfiano sui volti adirati di bolsi politicanti, non ci sia alcuna reale tensione alla base dei litigi, che sia tutto un teatrino tra gente che la guerra la sta vivendo sorseggiando un bicchiere di champagne e facendo una tirata di sigaro.
Poi però, lentamente, monta l'atmosfera plumbea da "fine dei giochi", lo spettro di Dunkirk, Hitler e la paventata invasione del Regno Unito si fanno più palpabili, crescono, fino a saturare tutta l'aria che respirano i personaggi chiusi nelle stanze del gabinetto di guerra e L'Ora più buia finisce per dare ciò che prometteva: la rappresentazione fallibile di un uomo consegnato alla storia come granitico, incrollabile. Di un uomo che metteva paura perché non si sapeva mai cosa potesse "uscire dalla sua bocca". E la buona riuscita di tale ritratto è da attribuire anche e soprattutto a Gary Oldman.
Perché L'Ora più buia, per quanto riesca anche ad appassionare e ispirare nei suoi momenti migliori (ne ha un paio), resta comunque un claustrofobico, didascalico, verboso, classico (quasi vecchio) film da camera. Uno di quelli pieno di soffocanti primi piani, dove i personaggi recitano monologhi di grande valore civile a favore di camera mentre la musica sale di intensità in sottofondo. Alla guerra, quella vera, non restano che un paio di posticce, fintissime prospettive a "occhio di Dio".
Praticamente, Dunkirk girato come piacerebbe a mia nonna.

Alessandro liked this review