Willow ★★★★

Willow, salice, la pianta che si piega sotto al peso del tempo e non si spezza mai, ma anche, in inglese, il termine per indicare dolore e lacrime. Il nocciolo del film è nel titolo e nella domanda che a un certo punto viene posta: come si fa ad amare?
Tre donne, due epoche diverse, lo stesso desiderio di maternità, i riti ancestrali per favorire la fecondazione, la tenacia nel voler procreare, ma a quale prezzo? È sufficiente mettere al mondo un figlio per dirsi madre? Quali scelte si è disposti a compiere?
Queste sono le domande alle quali il regista macedone prova a rispondere attraverso tre storie di donne che sembrano rappresentare un unico percorso di crescita verso la consapevolezza di un ruolo che non è esclusivamente genetico.
Il collegamento tra le storie è appunto il salice che compare in ogni episodio, ma anche la pietra come elemento simbolico che impedisce la procreazione: l'espressione "mi è caduta una pietra sul petto", nella tradizione macedone, indica l'impossibilità di avere figli.
In questo film Manchevski sembra abbandonare la contemplazione che aveva caratterizzato il suo esordio (Prima della pioggia) con un realismo più accentuato che descrive una quotidianità misera e difficile anche se non mancano momenti poetici e altri quasi comici.
Un'opera non immediata che si sedimenta dopo la visione e quasi costringe lo spettatore a tornare su determinati passaggi per cercare di coglierne il senso profondo.
Anche in questo caso protagonista è il ruolo della donna che sembra essere il leitmotiv della quattordicesima edizione del RomaFF (Military wives, The areonauts, Antigone, Deux, The Farewell).