You, the Living ★★★½

Qui Andersson, nel secondo film della sua “Living Trilogy” sull'esistenza, sembra aver migliorato nell'approccio con il suo stile. You, the living appare più coerente, e non mi riferisco soltanto alle connessioni più evidenti tra una scenetta e l'altra, ma mi riferisco in particolare all'atmosfera, sorretta dalle gradazioni dei colori tenui della fotografia e persino degli ambienti, qui più artificiosi e organizzati, fino ad arrivare addirittura al trucco degli attori, che spesso li rende pallidi.

L'impronta artistica è quindi più decisa, ciò rende You, the living più armonico rispetto al predecessore (ricordo che i film che appartengono alla trilogia non sono direttamente collegati tra di loro). Andersson si sente anche più sicuro del suo progetto, così il racconto rimane coerente al suo solito stile, ovvero è costituito da decine di piani-sequenza, ma la cinepresa è più libera: abbiamo più carrellate e persino dei cambi di inquadratura. Tuttavia resta interessante l'idea dell'immobilità del cinema di fronte alla sofferenza umana; qualora la scena richieda la mobilità dell'inquadratura, non si muove la cinepresa ma tutto il resto.

I personaggi di You, the living sono addolorati, inascoltati, idioti. Rappresentano le volontà e i sogni più reconditi dell'essere umano. Sono maschere grottesche e oniriche, abbandonate, trascurate. Andersson, nonostante il taglio irrazionale del film, abbatte le simulazioni sociali e palesa i caratteri più nascosti delle persone. Il ritratto che si ricava è quello di una società isolata e infelice, incapace di comunicare e quindi di riavvicinarsi agli altri.