Stalker

Stalker ★★★★½

This review may contain spoilers. I can handle the truth.

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Il genere fantascientifico, sovvertendo i paradigmi scientifici e logici del nostro mondo fisico, si è spesso prestato a declinazioni fortemente filosofiche e riflessive. Lo prova il recente Arrival (2016) di Denis Villeneuve, così come la grande parabola antropocentrica di 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick. Proprio in relazione a quest’ultimo Andrej Tarkovskij ha sofferto in passato di una pessima distribuzione pubblicitaria in Italia, che descriveva il suo Solaris (1972) come risposta sovietica al capolavoro del Maestro. Ovviamente Tarkovskij difficilmente può essere incanalato in un confronto superficiale e condizionato: il suo cinema è tanto personale quanto radicato nella cultura russa, la stessa di Fëdor Dostoevskij. Il suo occhio cinematografico si getta su questioni esistenziali eterne, inserendole però solo apparentemente in parentesi della Storia. Se proprio si vuole azzardare un confronto con Kubrick (e sarebbe comunque indebito), si può giusto dire che entrambi hanno piegato le leggi della cinepresa a un discorso intellettuale elevato. Kubrick ne ha fatto del cinema totale, quasi wagneriano; Tarkovskij le ha dissolte nella lirica, nella mistica, nella sinfonia estetica.

Stalker, sceneggiato dallo stesso Tarkovskij con gli autori del romanzo di partenza Picnic sul ciglio della strada Arkadij e Boris Strugackij, è appunto una favola fantascientifica dai contenuti universali. La Zona, mai definita totalmente, può essere una metafora della vita stessa, insidiosa e sempre in divenire, carica ora di significati religiosi, ora soggettivi.

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A cura di Michele Piatti